-Sproloqui semiosici-

27/07/2006

Mezzo pieno, mezzo vuoto.

Approfitto del post di Kurai sulla Società digitale di Giuseppe Granieri per riprendere la discussione dove la avevamo lasciata alla fine della scorsa settimana. Giusto per chiarire alcuni punti che devono, a mio avviso, restare alla base delle riflessioni sul tema.

Tutta la divagazione sul personalismo all’interno della lettura storica non era il punto principale del discorso ed ha assunto una certa rilevanza solo in funzione dell’intervento successivo di Gattostanco. Il punto in questione che non dobbiamo dimenticare resta  a mio avviso il fatto che Granieri carichi la realtà passata di qualche ombra di troppo al fine di far risplendere maggiormente la novità. Come dargli torto, scrivendo un libro sulla società digitale e sulle prospettive del futuro, credo sarebbe naturale per ciascuno di noi cercare di mostrare il maggior divario possibile rispetto al prima. Resta il fatto che, per onestà intellettuale, io avrei posto la questione non come “ecco tutte le differenze rispetto al passato…”, ma con un più misurato “oltre a tutte le somiglianze che abbiamo detto ci sono anche aspetti che saranno modificati nel seguente modo…”. Semplicemente questo.

Kurai riprende finalmente questo punto nel migliore dei modi; la voce della gente è più forte, per chi è disposto ad ascoltarla. Senza tuttavia che questo avvenga in maniera automatica, senza che questo debba avvenire per forza, senza che questa sia la strada su cui siamo avviati. In un libro sulla società digitale io cercherei maggiormente la misura, i timori, gli errori e meno qualche certezza o la visione idealizzata del sistema. Per superare i problemi abbiamo bisogno di conoscerli. Abbiamo bisogno di libri difficoltosi e colmi di difficoltà.

Per quanto riguarda invece la teoria dei media più strettamente accademica, difendo la mia posizione di grande libertà del pubblico. Probabilmente per via della mia formazione semiotica sono disposto a dare grande importanza al momento dell’interpretazione, ma soprattutto sposto il potere decisionale dei media nelle nostre società dall’alto alle sezioni mediane della macchina produttiva. Mi spiego rapidamente: critico teoria ipodermica e spirale del silenzio perché sono teorie che, pur interessanti, non sono mai state dimostrate empiricamente. Ogni tentativo è fallito in maniera più che misera. Da qui la mia sfiducia.

Per quanto riguarda la descrizione mediatica degli avvenimenti invece mi chiedo quanto essi siano effettivamente gestiti dall’alto e quanto invece dalle aspettative che chi produce informazione sente da parte del pubblico, quanto dalle sue limitate possibilità, quante dal contesto socioculturale in cui esse sono prodotte e quante infine davvero da questi fantomatici vertici che deciderebbero cosa dovremmo ascoltare e pensare durante le nostre giornate.

La mia opinione è che la stragrande maggioranza delle manipolazioni siano involontarie e non spariscano neppure nei media comunitari digitali. Ovvero il blog, la rete non ne sono esclusi. Qui rimando ad un mio pezzo pubblicato lo scorso settembre sulla webzine Agliincrocideiventi.it in cui tratto brevemente il tema, ma probabilmente ci ritornerò sopra a breve, per chiarire ulteriormente e allargare la discussione. Avere un buon feedback non sarebbe male, se possibile.

Sono del resto totalmente d’accordo con la conclusione finale di Kurai. La rete secondo me non innesca un processo diverso rispetto al media tradizionale, ma espande in maniera spropositata le possibilità multidirezionali del processo comunicativo. In questo modo ci viene offerta una reale possibilità di confronto, di gestione dell’universo simbolico costruito dalle notizie. Ma è un processo che, pur meno sviluppato, è alla base di ogni forma comunicativa, e non è esclusiva della rete. Anche qui il punto deve essere ben chiaro per uscire dall’idealizzazione della rete, per inserirla nel mondo reale e notare come essa sia un formidabile sviluppo, ma pur sempre sviluppo dei media già esistenti. Essa non nasce dal nulla e non si sviluppa a parte rispetto alla società tradizionale. Occorrerà sempre ricordarlo in questo primo periodo di troppo facili entusiasmi.

Ripeto ancora, secondo me il libro di Granieri è quanto mai utile per tirare le fila della situazione attuale, utile per la possibilità di discussione, ma resto del parere che preferirei leggere cosa non abilita dell’uso sociale di una tecnologia, perché quello che abilita lo sappiamo, lo vediamo ogni giorno, lo viviamo sulla nostra pelle così come io sto scrivendo queste righe.

Problemi come la visione dei media tradizionali di fronte ai nuovi, l’attendibilità, della cittadinanza digitale e di quella classica, l’accesso alle nuove possibilità sono tuttavia lasciati in secondo piano proprio ora che dovrebbero essere la nostra quotidiana preoccupazione. La società digitale costituisce una buona panoramica, come del resto non mi sono mai stancato di dire, ma è una foto fatta durante il sorgere del sole e lascia tante difficoltà in ombra. E forse sarebbe necessario concentrarsi proprio su quegli angoli bui che restano a lato, sostituendo al progetto in agenda della rete perfetta il brogliaccio della nostra attuale rete perfettibile. Che gli errori siano ben visibili affinché le cose comincino a funzionare come dovrebbero.

Da leggere al di là della retorica, ma altrettanto da discutere e criticare laddove crediamo manchi alle sue grandi possibilità.

20/07/2006

Si ritorna a Gramsci

Non mi stanco mai  di ripetere come per capire il presente e il futuro spesso basta rivolgersi verso il passato e cercare una qualche risposta in quei problemi già trattati, ma chissà come dimenticati. L’abitudine all’utilizzo di categorie già esistenti quindi risponde in pieno a questa potenzialità dell’uomo, alla sua capacità unica e al suo bisogno di trasmettere quello che è stato. Credo sia un processo che, se usato con elasticità possa permettere enormi progressi. Il problema è quando mi accorgo che tutti coloro che vedono novità ovunque e cambi epocali ogni due giorni alla fine tornano sempre più indietro rispetto a me.

La discussione partita dal mio precedente post su Granieri e ripresa da Gattostanco, si è ora allargata anche a Carla. E siamo tornati a Gramsci.

Ma andiamo con ordine…

Gattostanco interviene con una spassionata difesa del libro di Granieri, senza averlo letto, come egli stesso dice senza pretese argomentative e forse un poco anche non sapendo nulla di me, come forse è giusto, ma a volte no.

I punti che vorrei trattare in risposta a quanto detto sono tre:
Il concetto di cambiamento storico, la problematica del senso comune davanti ai media e il problema del digital divide come appare nei post scambiati tra Carla e Gattostanco.

Il primo problema da affrontare è quello di poter mettere sul medesimo piano le condizioni storiche che portano allo sviluppo. Per fare questo è necessario cercare di entrare nell’ottica del tempo oggetto di studio e non restare nell’oggi per analizzare il passato. Rifiuto in pieno la tesi personalistica della storia, ma non solo, rifiuto anche l’idea che una persona, per quante qualità possa avere, abbia avuto il privilegio di cambiare il mondo. Questo perché si potranno sempre trovare delle condizioni che erano causa necessaria allo sviluppo nel senso che ha preso. L’idea del cambiamento legato ad una persona, ad una battaglia, ad un evento specifico credo siano da relegare in un cassetto destinato a prendere polvere. Cercherò di spiegare questa posizione confutando gli esempi presi da Gattostanco; Alessandro Magno e Bill Gates.

Cosa sarebbe successo se i macedoni non avessero codificato la loro famosa falange prima della nascita di Alessandro? Cosa sarebbe successo se le città greche avessero ancora avuto la forza per opporsi ai barbari del nord? Cosa sarebbe successo se l’impero persiano non fosse già una struttura pericolante al momento dell’invasione? Sarebbe successo che un pur bravo generale non sarebbe andato lontano, che anzi, probabilmente non sarebbe stato generale e sarebbe rimasto a guardare le sue pecore pascolare per le rocciose vallate macedoni. Il caro signor Gates invece se non fosse nato negli Stati Uniti d’America, se non avesse avuto la fortuna di incontrare i suoi compagni di strada e di vivere in una cultura in cui il genio è prerogativa di chi si occupa di scienze dure, sarebbe probabilmente rimasto un ragazzino dagli improbabili occhialoni preso in giro dai compagni di college, come nei migliori film USA che si rispettino.

Il personalismo va bandito dalla storia proprio perché ognuno di noi si realizza in un contesto che non può essere eliminato e che è comune a tutti. Se non fosse stato Gates, sarebbe stato Torvald, se non fosse stato Alessandro sarebbe stato Pirro e così via. La storia utilizza le personalità per divenire atto da potenza, ma non è legata ad esse. Siamo noi che vogliamo personalizzarla e lo facciamo concentrandoci su quelle dal maggior spicco. Ma eliminare le altre, o considerare qualcuno capace di cambiare il mondo da sé mi pare inutile. Il mondo sarebbe cambiato comunque perché lo fa continuamente sotto una quantità di influssi il cui numero non è neppure calcolabile. Lasciare da parte questa evidenza mi pare quantomeno colpevole. La rete in questo caso può interconnettere, può aumentare i flussi, può dare maggiori disponibilità a tutti, ma non cambia la tipologia evolutiva del processo.

Per quanto riguarda invece i media trovo scarsamente difendibile la posizione espressa da Gattostanco, o meglio, non riesco proprio a trovare la posizione che vuole assumere al di là del sentito dire e del senso comune. Dopo un certo numero di anni passato a studiare media e nuovi media come unico obiettivo della giornata, mi stupisco ora di trovarmi talmente miope da non vedere come i media rendano passivi i propri spettatori. Consiglio quindi a tutti coloro che volessero dare uno sguardo introduttivo al problema a leggere il McQuail (
McQuail, D. (2003) Le comunicazioni di massa, Bologna: Il Mulino), ottimo manuale di comunicazione di massa per principianti. Qui troverete tutte le teorie ben espresse e riassunte. Da quelle degli anni ’40 in cui si credeva che ai messaggi dei media seguisse una reazione ben definita da parte del pubblico, sino a quelle moderne, in cui l’espressione di significato tra media e pubblico è una lotta incredibile tra avanzate e ritirate da parte dei due poli comunicanti che agiscono con una libertà che non ci saremmo aspettati in precedenza.

Qui mi permetto di ribadire quanto detto, ma più che le capacità dialettiche, manca il tempo per far vedere tutto a chi non lo vede, anche perché potrebbe ben cercarlo su un’infinità di manuali, di libri come quello che ho consigliato sopra, oppure anche semplicemente si google, magari tra i lavori che ho pubblicato in passato e all’interno dei quali mi sono già occupato di agenda setting, di libertà di interpretazione di fronte ai media e problemi similari. Il problema non è quindi solamente avere accesso alle informazioni, ma anche sapere come cercarle, sentire la necessità di farlo e utilizzare quindi davvero le possibilità che i nuovi media ci offrono. Il pubblico dei nuovi media spesso è più simile a quello dei vecchi di quanto egli stesso pensi, ma questo dipende da caratteristiche in gran parte personali, come questo stesso caso dimostra. 

Come ultimo punto passo al digital divide, sul quale credo ci sia stata la caduta (sia metodologica, se così possiamo dire, che di stile) più grave del post al quale sto rispondendo. Qui infatti sembra quasi che Gattostanco sostenga un’oligarchia tecnologica, all’interno della quale chi ha l’accesso deve preoccuparsi di mantenere lo status quo, senza pensare troppo alla democrazia perché si sa, questa porterebbe a difficoltà di gestione che potrebbero indurre ad esempio alle censura. Meglio pochi ma buoni, che tanti ma limitati si dice. Al di là dell’aberrazione di questo pensiero, elitista e antidemocratico credo che il problema sia proprio quello di sviluppare la democrazia grazie e all’interno delle nuove tecnologie perché senza di essa non si marcherà mai la differenza col passato e si tornerebbe al ruolo elitista dell’intellettuale gramsciano rivisitato in chiave internettiana.

Non è la tecnologia che fa la differenza (come tutti concordiamo), ma l’uso. E se è l’uso che rende tanto speciale la rete, è proprio perché tutti possiamo usarla in un certo modo e se l’accesso si generalizzasse avremmo il massimo dei vantaggi. Se ciò non avverrà la rete sarà una fotocopia della letteratura italiana di oggi che, al di là di ogni ragionevole dubbio, è asfittica se non morta proprio per quell’analfabetismo letterario che ci caratterizza, per quel mancare attorno agli sforzi di pochi, di una massa capace di comprendere, sostenere e spingere al cambiamento e alla novità. Mai esempio fu più giusto, anche se al contrario delle idee dell’autore.

Ribadisco quindi in pieno la necessità di una spinta democratica all’accesso alla rete come preoccupazione primaria, unitamente allo sviluppo e alla gestione democratica. Le due cose non possono essere separate pena la nascita di guru tecnologici che ricadranno negli errori dei futurologi o pena l’ingabbiamento della rete stessa. Se tutto dipende dalla comunità non riesco a capire come si faccia a volerne già fare una comunità chiusa ancora prima che questa abbia raggiunto la gente comune, ancora prima che questa si sia formata.

Sembra quasi che alle vecchie elite si voglia sostituire in ipotesi una nuova oligarchia tecnocratica, verso la quale sono fermamente, incondizionatamente contrario. L’attenzione verso questo tipo di devianza deve restare alta e la rete può aiutare anche a questo, a correggere gli errori di valutazione, a smussare le posizioni, a riflettere insieme. A patto, ovviamente, di lasciare da parte posizioni e idee a priori insieme a utopie tecnologiche e vecchi spauracchi antidemocratici.

Update pomeriggio 20/7

Leggo ora la risposta di Gattostanco a Carla, la posizione espressa viene un poco mitigata, ma trovo sempre che sia erronea, e per il paragone tra la rete e la televisione, sbagliata nel metodo e nel merito (la televisione, anche quella italiana, è tutt’altro che quello che censura etc. etc., se si sa leggerla e gestirla) e per la credenza secondo cui noi possiamo sapere a priori cosa sia giusto e cosa sbagliato. In base a quest’ultimo assunto dovremmo prima difendere la rete e poi cercare di allargarla.

Una minoranza per quanto aggregata e influente resterà tale se non cerca di convergere verso il resto della società, non può inoltre estraniarsi dai settori altri, pena il decadimento; lo scambio e la comunicazione sono un obbligo.

Invito infine a dubitare da chi è disposto a restringere il campo dei diritti di tutti per difendere quelli (per quanto importanti) di qualcuno. Questo è sempre il primo passo verso la fine della libertà, dell’uguaglianza, dei diritti inalienabili delle persone.

Il mondo umano in quanto sociale ha sempre funzionato a reti, ma ora che ne abbiamo una potenzialmente migliore è come se il nuovo slogan diventasse… Tutte le reti sono uguali tra loro, ma alcune sono più uguali delle altre.

E mi perdoni Orwell, ma dall’utopia al dominio forzato spesso la strada è più breve ed ingenua di quanto possa apparire.

13/07/2006

Giuseppe Granieri e Thomas Moore

Eccomi alla fine a commentare il nuovo libro di Giuseppe Granieri, La società digitale, comprato e letto la settimana passata. L’impressione generale è buona, il metodo, come del resto avevo già detto del suo precedente lavoro, non molto. La sensazione finale resta purtroppo quella del dubbio.

All’interno di queste 190 agili pagine Granieri descrive la propria visione della società digitale di oggi e le proprie prospettive per domani. Prima attraverso una descrizione dei metodi, poi attraverso una descrizione di cosa cambia nella nostra società e nella  nostra vita quotidiana.

Siccome sul tema di fondo sono d’accordo e credo che buona parte delle prospettive proposte siano frutto di un ottimo lavoro, mi concentrerò su quello che proprio non riesce a convincermi.

In primo luogo sono assolutamente discorde a proporre una separazione netta tra ieri e oggi riguardo il cambiamento. Non credo sia assolutamente vero che oggi la rivoluzione avvenga dal basso mentre in passato avveniva dall’alto. Credo che questo punto sia frutto di una visione molto poco attenta della storia in cui le menti storiche (Colombo, Einstein) e i grandi mezzi hanno cambiato il mondo da soli. Piuttosto se il mondo è cambiato, è successo perché questi personaggi o questi poteri erano nel posto giusto al momento giusto e mancava solo la spallata finale per cambiare il tutto. Il grosso del lavoro veniva anche allora dal basso, anche se non ricordato. Giusto per dare un esempio, Colombo non sarebbe mai partito se non ci fosse stato il giusto contesto socioculturale, e se non fosse partito lui, sarebbe presto stato qualcun’altro. Einstein per di più, veniva dopo una serie di scoperte, da parte di scienziati, anche poco noti, che avevano portato a due passi dalla relatività ed il mondo aveva una situazione tale da poterla accettare. La credenza che il mondo sia fino ad oggi cambiato per merito di qualche re o di qualche grande mente non credo debba nemmeno sfiorare il nostro pensiero. La storia è una produzione collettiva che solo per ragioni di semplicità viene ridotta a pochi nomi.

Questo errore di fondo ed altri similari mi sembrano quasi voler marcare una differenza eccessiva tra ieri e domani, quasi a voler sostenere ad ogni costo la novità delle categorie utilizzate in questa rivoluzione digitale quando, secondo me, le categorie sono cambiate sì, ma a tratti, con difficoltà, e la maggior parte restano indubitabilmente comuni. Capisco sia più facile sostenere che oggi è tutto più nuovo, più bello e più collettivo, ma non dobbiamo per questo recedere da un rigore scientifico che è necessario per proseguire ed avanzare.

In secondo luogo continuo a non condividere l’amore di Granieri per Noelle-Neuman e per la sua spirale del silenzio. Questa teoria, legata a quella dell’agenda setting permette all’autore di sostenere che i media in qualche modo gestiscano il proprio pubblico. Quasi che essi avessero un potere che non entra in relazione con gli spettatori, ma che serva a soggiogarli, a renderli passivi gestendone le velleità informative. Secondo quest’ottica quindi la rivoluzione digitale restituirebbe libertà alla comunità degli spettatori, dandole molte possibilità in più.

In questo caso, di nuovo, mi sento di condividere solo a metà quanto detto nel libro, perché i miei studi mi hanno portato a sostenere una libertà dei lettori di fronte ad ogni media, e se sostengo a mia volta che la rete dia maggiore libertà al pubblico, non esito a dire allo stesso tempo, che non c’è alcuno scarto tra i diversi sistemi. Semplicemente il secondo offre maggiori possibilità, rispetto a quelle minori e spesso non sfruttate dei primi, ma non rispondenti a una nuova logica.

Un altro punto dubbio che attraversa le pagine del libro è indubbiamente il pesante lato utopico di questa fantomatica rete. Possibile che non ci siano grossi dubbi sul futuro della società digitale, possibile che sia tutto rosa e fiori? Il vecchio cultural divide che ora diviene digital divide ce lo siamo scordati? Che fine fanno tutti gli esclusi dalle connessioni a banda larga? Che fine fanno tutti gli analfabeti informatici? Che fine fanno tutti coloro cui i governi bloccano interamente o parzialmente la rete?

Sembra quasi che rose e fiori fioriranno da sé perché così deve essere, mentre io continuo a sostenere che tutto ciò che Granieri descrive nel suo libro non sia altro che l’espressione di concetti già esistenti ed utilizzati che, grazie alla rete, hanno trovato il loro ideale processo di sviluppo, e hanno di conseguenza preso velocità. Il cambiamento epocale non c’è, c’è piuttosto una veloce evoluzione, ma senza rottura come sempre avviene nella storia dell’uomo e come mai vogliamo ammettere. E l’evoluzione non avverrà autonomamente perché così deve essere, ma avverrà se resta alta l’attenzione e la volontà di una cambiamento positivo.

La rete non creerà mai una società migliore, perché altro non è se un nuovo sviluppo della nostra attuale società. Essa è il portare all’estremo la società di oggi, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti e di conseguenza ci offre grandi opportunità e altrettanti pericoli, ma la divisione fatta nel libro tra le due identità (classica e digitale), tra le due cittadinanze, che dovrebbero coesistere e vedere chi possiede solo quella classica in svantaggio, quella proprio non posso apprezzarla. La cittadinanza digitale è un surplus di quella classica, ne è evoluzione e non è finalistica. Il maggiore problema che dovremo affrontare ora è quello dell’inclusione di cui nel libro non si fa neppure cenno.

Nonostante tutte le belle idee espresse dunque, e pur condividendo il succo di quanto si dice non riesco a non far rimarcare alcuni errori metodologici che falsano il risultato. La conclusione non mi pare così scontata e credo che un buon libro di dubbi sarebbe stato molto più utile di un libro di risposte.

Non ci serve oggi una nuova Utopia, quanto piuttosto una continua riflessione critica sul nostro sviluppo, sul senso del nostro sviluppo e sulla direzione che vogliamo dargli. E questa è stata un'ottima occasione mancata.

scritto da: Fasttrack alle ore 11:28 | link | commenti (3)
categorie: la società digitale, giuseppe granieri

Cose a caso: molto affascinanti (Forse).

Chi sono

Utente: Fasttrack
Nome: Simone Morgagni
Odio scrivere in quattro righe chi sono, come se gli esseri umani e le passioni fossero fatte per essere rinchiuse tra le sbarre di un linguaggio. So così poco di me che non pretenderete mica venga anche a dirvelo senza pensarci, no? Con il dialogo, il dedicarsi agli altri si potrà capire di più, non siate precipitosi. Per favore...

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