-Sproloqui semiosici-

27/07/2006

Mezzo pieno, mezzo vuoto.

Approfitto del post di Kurai sulla Società digitale di Giuseppe Granieri per riprendere la discussione dove la avevamo lasciata alla fine della scorsa settimana. Giusto per chiarire alcuni punti che devono, a mio avviso, restare alla base delle riflessioni sul tema.

Tutta la divagazione sul personalismo all’interno della lettura storica non era il punto principale del discorso ed ha assunto una certa rilevanza solo in funzione dell’intervento successivo di Gattostanco. Il punto in questione che non dobbiamo dimenticare resta  a mio avviso il fatto che Granieri carichi la realtà passata di qualche ombra di troppo al fine di far risplendere maggiormente la novità. Come dargli torto, scrivendo un libro sulla società digitale e sulle prospettive del futuro, credo sarebbe naturale per ciascuno di noi cercare di mostrare il maggior divario possibile rispetto al prima. Resta il fatto che, per onestà intellettuale, io avrei posto la questione non come “ecco tutte le differenze rispetto al passato…”, ma con un più misurato “oltre a tutte le somiglianze che abbiamo detto ci sono anche aspetti che saranno modificati nel seguente modo…”. Semplicemente questo.

Kurai riprende finalmente questo punto nel migliore dei modi; la voce della gente è più forte, per chi è disposto ad ascoltarla. Senza tuttavia che questo avvenga in maniera automatica, senza che questo debba avvenire per forza, senza che questa sia la strada su cui siamo avviati. In un libro sulla società digitale io cercherei maggiormente la misura, i timori, gli errori e meno qualche certezza o la visione idealizzata del sistema. Per superare i problemi abbiamo bisogno di conoscerli. Abbiamo bisogno di libri difficoltosi e colmi di difficoltà.

Per quanto riguarda invece la teoria dei media più strettamente accademica, difendo la mia posizione di grande libertà del pubblico. Probabilmente per via della mia formazione semiotica sono disposto a dare grande importanza al momento dell’interpretazione, ma soprattutto sposto il potere decisionale dei media nelle nostre società dall’alto alle sezioni mediane della macchina produttiva. Mi spiego rapidamente: critico teoria ipodermica e spirale del silenzio perché sono teorie che, pur interessanti, non sono mai state dimostrate empiricamente. Ogni tentativo è fallito in maniera più che misera. Da qui la mia sfiducia.

Per quanto riguarda la descrizione mediatica degli avvenimenti invece mi chiedo quanto essi siano effettivamente gestiti dall’alto e quanto invece dalle aspettative che chi produce informazione sente da parte del pubblico, quanto dalle sue limitate possibilità, quante dal contesto socioculturale in cui esse sono prodotte e quante infine davvero da questi fantomatici vertici che deciderebbero cosa dovremmo ascoltare e pensare durante le nostre giornate.

La mia opinione è che la stragrande maggioranza delle manipolazioni siano involontarie e non spariscano neppure nei media comunitari digitali. Ovvero il blog, la rete non ne sono esclusi. Qui rimando ad un mio pezzo pubblicato lo scorso settembre sulla webzine Agliincrocideiventi.it in cui tratto brevemente il tema, ma probabilmente ci ritornerò sopra a breve, per chiarire ulteriormente e allargare la discussione. Avere un buon feedback non sarebbe male, se possibile.

Sono del resto totalmente d’accordo con la conclusione finale di Kurai. La rete secondo me non innesca un processo diverso rispetto al media tradizionale, ma espande in maniera spropositata le possibilità multidirezionali del processo comunicativo. In questo modo ci viene offerta una reale possibilità di confronto, di gestione dell’universo simbolico costruito dalle notizie. Ma è un processo che, pur meno sviluppato, è alla base di ogni forma comunicativa, e non è esclusiva della rete. Anche qui il punto deve essere ben chiaro per uscire dall’idealizzazione della rete, per inserirla nel mondo reale e notare come essa sia un formidabile sviluppo, ma pur sempre sviluppo dei media già esistenti. Essa non nasce dal nulla e non si sviluppa a parte rispetto alla società tradizionale. Occorrerà sempre ricordarlo in questo primo periodo di troppo facili entusiasmi.

Ripeto ancora, secondo me il libro di Granieri è quanto mai utile per tirare le fila della situazione attuale, utile per la possibilità di discussione, ma resto del parere che preferirei leggere cosa non abilita dell’uso sociale di una tecnologia, perché quello che abilita lo sappiamo, lo vediamo ogni giorno, lo viviamo sulla nostra pelle così come io sto scrivendo queste righe.

Problemi come la visione dei media tradizionali di fronte ai nuovi, l’attendibilità, della cittadinanza digitale e di quella classica, l’accesso alle nuove possibilità sono tuttavia lasciati in secondo piano proprio ora che dovrebbero essere la nostra quotidiana preoccupazione. La società digitale costituisce una buona panoramica, come del resto non mi sono mai stancato di dire, ma è una foto fatta durante il sorgere del sole e lascia tante difficoltà in ombra. E forse sarebbe necessario concentrarsi proprio su quegli angoli bui che restano a lato, sostituendo al progetto in agenda della rete perfetta il brogliaccio della nostra attuale rete perfettibile. Che gli errori siano ben visibili affinché le cose comincino a funzionare come dovrebbero.

Da leggere al di là della retorica, ma altrettanto da discutere e criticare laddove crediamo manchi alle sue grandi possibilità.

11/05/2006

Industries culturelles

Ecco l'introduzione all'ultima fatica in corso di produzione. Un saggio sul cinema e sul mercato dei prodotti culturali. Ovviamente in francese, ovviamente con tutte le centinaia di errori grammaticali degni della stessa. Più avanti la correzione e....il seguito ovviamente.

Tutto questo giusto per rendermi conto che sto lavorando...!!!

Industrie et culture, cinéma et économie ; un binôme accessible par des approches essentiellement sectorielles mais fort peu par des approches générales. On dispose des multiples travaux sur l’économie de la septième art qui ne tiennent pas compte que des logiques industrielles, financières et commerciales et, au même temps, on voit aussi un cinéma souvent approché en tant qu’art pure, sans regard aucun pour ses logiques qui ne soient pas adaptes à être évoqué à l’intérieur d’une exaltation poétique du génie créateur. Le cinéma est un produit hybride, riche en tensions entre les enjeux industriel et culturels qui sont à la base de cet alchimie créatrice unique.

Nous chercherons ici de montrer ces aspects d’interaction entre les forces économiques et l’esprit créateur à travers une première partie plus générale regardant la définition du terme « Industrie culturelle », à l’intérieur de laquelle nous devons placer le cinéma cherchant à montrer quelles sont le différences entre le produit cinéma et les autres productions culturelles, dans la seconde partie nous chercheront à montrer les différences entre deux façons de concevoir la production cinématographique, le modèle Hollywoodien et le modèle européen, pour conclure enfin avec quelques réflexion sur l’intervention de l’état dans le secteur et le perspectives envisageables pour le futur proche. Tout cela pour répondre à une question simple à poser, mais qui nécessite d’une vision élargie du champ d’études pour l’obtention d’une réponse scientifiquement valable : sur le marché cinématographique, le film est-il un produit comme les autres ?

 

 

Les industrie/s culturelle/s

 

Au début, même au niveau académique, la division entre art et industrie a été nette : Le terme industrie culturelle viens de l’école de Frankfurt, née après la première guerre mondial, qui s’est intéressé à une supposée division entre une culture haute et une culture marchande, assimilée à la barbarie. Ils ont analysé l’industrie culturelle avec les outils de l’industrie en général, parce qu’ils ont pensé à la grand industrie, alors naissante, des produits de consommation.

On a donc parlé en termes de :

  1. Mécanisation (fondation de l’industrie par l’introduction des machines)
  2. Progrès technique (qui permet d’avoir des outils de production plus efficaces) et donc substitution du capital au travail (le terme capital renvoi aux « machines » mais aussi aux « capitaux » nécessaire pour l’industrie)
  3. Organisation scientifique du travail (qui permet de rationaliser la production et donc la division du travail et le regroupement de travailleurs
  4. Importance des capitaux investis

Ces points, pour définir l’industrie, portent à l’identification d’effets sociaux très fortes et beaucoup d’auteurs ont donc parlé de « société industriel ». Tout ça doit être ajouté à des procès qui existaient déjà, en particulier la sérialisation des produit culturels (déjà commencé par exemple au temps des romains pour les sculptures ) et la reproduction de masse pour une diffusion de masse.

Pour l’école de Frankfurt donc une des caractéristiques très fort de l’industrie est la mécanisation vue comme intervention des matériaux techniques qui constituent un support pour les productions intellectuels et artistiques (ex. films en cassette, en dvd et leurs respectifs lecteurs).

On voit alors une différence nette entre industrie culturelle et œuvre d’art : dans l’art il y a un artiste qui nous donne sa vision du monde, dans l’industrie il y a une raison instrumentale qui fait perdre sens et valeur à la production. [1]

L’artiste qui avait la capacité de créer de la révolte sociale avec son génie va disparaître et il est remplacé par l’entrepreneur culturel ou médiatique qui veut seulement obtenir un profit.

Les industries culturelles ont besoin de beaucoup des capitaux (cfr. Financements du budget pour le cinéma), la production doit forcement passer par quelques groupe industriel et il y a moins de liberté avec surtout une seule finalité, la vente.

Toutefois les travaux conduits pendants le décennies suivants et, en particulier, le travail réalisé par l’équipe réunissant A. Huet, J. Ion, A. Lefebvre, R. Peron et B. Miège ont montré que la culture se présente de plus en plus sous la forme d’une marchandise, même si la forme marchande est encore loin de recouvrir toutes les activités d’ordre culturel. Les produits culturels, selon eux, ne constituent pas un tout indifférencié comme on avait tendance à penser selon les analyses conduites par l’école de Frankfurt, mais il en résulte plutôt des conditions de valorisation et de production très différentes. Nous parlons alors d’industries culturelles selon les raisonnements qui nous verrons de montrer ci dessus avec quatre propositions méthodologiques.

1.      Les marchandises culturelles sont divisibles en trois types :

·        Les produits reproductibles qui n’ont pas besoin d’une intervention directe des artistes. Ce premier type est composé par toute la gamme des appareils permettant de lire ou reproduire images et sons et représentent la majorité essentielle de la croissance des consommations culturelles.

·        Les produits reproductibles qui supposent une intervention d’artistes.            

Ces produits sont le cœur de la marchandise culturelle et sont les livres, les disques, les vidéocassettes[2]. La télévision et la radio par contre ne sont pas comprises dans ce type parce que elles sont expliqué grâce à la logique de « flot » (Flichy 1980, Miège 1986)

·        Les produits semi-reproductibles qui supposent l’intervention d’artistes dans la conception comme dans la production.

Ces produits peuvent être expliqués en utilisant l’exemple des lithographies, d’œuvres numérotées et des éditions à tirage limité où la reproductibilité est toujours combiné avec un critère de rareté d’ordre stratégique qui motive les producteurs.

2.      Les produits culturels génèrent des valeurs d’usage qui sont aléatoires. Ce ci est un élément  spécifique et fondant des industries culturelles qui concourt à en faire des industries avec des caractérisation différentes par rapport aux autres sous beaucoup d’aspects.

L’incertitude de laquelle nous parlons ne doit pas être confondue avec l’arbitraire des goûts artistiques ou avec une éventuelle incapacité des opérateurs de secteur à comprendre le fonctionnement du marché en y appliquant les moderne techniques du marketing. Ces dernières semblent capable de mieux vendre un produit déjà réalisé plutôt que en organiser la production[3]. Les études, même les mieux organisés ne se sont pas montrés capables de réduire d’une façon significative les incertitudes du marché contrairement à ce qu’ont peux voir sur autres marché de consommation de masse. La valeur aléatoire des produits nous porte à considérer ces industries comme ayant des particularités propres : La dialectique du tube et du catalogue, la recherche permanente des nouveaux talents et le renouvellement régulier des formes et la généralisation de la sous-traitance qualifiée.

La dialectique du tube et du catalogue désigne une pratique commune à l’intérieur de ces entreprises qui, calculent le résultat d’exploitation sur un catalogue et non sur le produit pris singulièrement ; méthode qui permet de compenser les échecs avec les succès sur un gamme plus ample de titres[4].

La recherche permanente de nouveaux talents et le renouvellement régulier des formes est nécessaire parce que les entreprises culturelles qui savent bien exploiter auteurs, formes et thèmes reconnus doivent souvent faire face à une manque de créativité qui donne lieu à des moments où les public, déçu, se tourne des genres de succès pour chercher quelque chose de différent apte à satisfaire leur attente des nouveautés.

La généralisation de la sous-traitance qualifiée enfin est un autre aspect spécifique de ce genre de marché que voit la coexistence entre des entreprise de très grand taille et un nombre élevé des petites entreprises spécialisés. Pendant les derniers décennies une disparition des ces petites firmes à été souvent pronostiqué, mais même si leur disparition pour faillite, rachat ou intégration à l’intérieur des grands groupes, d’autres sont crées. Antoine Hennion a bien analysé ce phénomène qui explique une meilleure réponse de petites entreprise aux incessantes variations de la demande sociale. Selon sa théorie de « l’oligopole et la fourmilière » (Hennion 1982) on trouve donc un partage de compétences entre le petits et le gros et pas une véritable concurrence. Toutefois les propositions d’Hennion doivent être complétées sur deux points encore en faisant voire comme les entreprise majeures sont souvent positionnées aux endroits décisifs de la filière des produits (surtout la diffusion), en seconde lieu il faut bien noter comme la concurrence entre ces acteurs de taille différent soit sur les mêmes types des produits et donc comme la différence entre le deux soit plutôt à rechercher dans la maîtrise de la phase de circulation des produits où l’interaction devient plus productive. Miège (2000) parle alors de sous-traitance qualifiée, capable de garder une réelle autonomie de décision, au lieu du terme originaire « fourmilière »

  1. La création artistique non seulement est sollicitée par les acteurs industriels, mais elle as la tendance à devenir la phase de conception de la productions de marchandise culturelle. Les producteurs, les éditeurs donc assurent une fonction centrale, ils ne se contentent pas de vendre des produits déjà faits par les artistes, mais ils interviennent activement dans la conception des produits quand ils ne sont pas les organisateurs centraux[5]. Certains arts sont par nature industriels, comme l’éditions et surtout le cinéma (il a beaucoup du attendre avant d’être considéré en tant qu’art) et dans ces cas les artistes ne sont pas le seuls intervenants concernés par la conception ; il faut jamais oublier les techniciens plus différenciés qui contribuent à former ces collectifs de travail nécessaires pour la production. Nous trouvons alors une certaine division du travail à l’intérieur des industries culturelles, mais aussi nous pouvons voir comme la loi du salariat, contrairement aux autres secteur soumis à la domination du capital, ne soit pas majoritaire. Dans notre cas les intervenants sont liés entre eux par un complexe système de droits d’auteurs et de reproduction qui sers en premier lieu à maintenir une aura artistique autour des activités[6] et, en seconde lieu, à garantire une plus rapide possibilité de changement grâce au recours à un vivier des talents jeunes et expérimenté prêt à entrer rapidement dans la production.
L’internationalisation de la production de marchandises culturelles ne répond pas à un processus simple. Déjà dans les années ’70 ce processus était engagé, selon deux tendances principaux ; une concentration et une croissante concentration pour le produits type 1 et une majeure fragmentation pour les produits type 3. Pour le produits type 2 est encore en cours une forte concurrence entre capital international et national avec une forte différenciation entre les Etats Unis et les autres pays[7].


[1] En ce cas le cinéma est d’interprétation difficile parce que la reproduction technique lui est constitutive. Même si en amont on peut toujours trouver l’œuvre d’un créateur ou plutôt d’une équipe des créateurs, il n’a pas raison d’être sans un processus de reproduction technique qui nécessite des lourds investissements pour rendre réelle la valeur du film.

[2] L’assistance aux spectacles cinématographique entre aussi dans cette catégorie parce que… (aggiungere)

[3] Il faut jamais oublier, par exemple, les échecs souvent qu’ont connus les reprises des films grand succès qu’ont atteint rarement la réussite de la première réalisation.

[4] Dans le domaine du cinéma, en particulier, une dimension économique minimale est nécessaire pour appliquer ce méthode et elle est réservé seulement aux majors américaines et aux majeurs groupes français et européens, mais nous parlerons de ça à l’intérieur de la seconde partie de cette analyse.  

[5] Cf. différent pouvoirs et responsabilité des producteurs au Etats Unis par rapport à l’Europe et à la France en particulière.

[6] Situation semblable à la sortie en salle pour les films aujourd’hui. Quand seulement une minorité des recettes est généré grâce aux spectateur du grand écran par rapport aux nouveaux support ; la sortie officiel reste importante pour donner aux films visibilité et importance artistique.

[7] Pour notre analyse est important de considérer comme l’industrie cinématographique soit exactement en train de suivre cette orientation. On reparlera de ça dans la seconde partie.


09/03/2006

La scoperta della soggettività

Il mix di mezzi di comunicazione che utilizzo per informarmi non è tradizionale, soprattutto da quando vivo fuori d'Italia.

Leggo la versione online della Repubblica, del Guardian, di LeMonde. Spulcio Ansa e AFP. Sarà lo studio della materia, ma dell'informazione e della comunicazione preferisco la varietà e, quando possibile le fonti, non le interpretazioni. Quando ero in Italia compravo anche Repubblica e guardavo un minimo di televisione, qualche volta. Ora non più, l'ho abbandonata nella camera dei miei coinquilini e l'ho fatto con molto poco sforzo.

Non ho mai amato troppo il Corriere della Sera, troppo grande, una grafica troppo tradizionale e pesante per sostenerla durante il viaggio in treno per andare in università. Ho sempre letto e recuperato solo quegli articoli di cui venivo a conoscenza e di cui sospettavo il valore (meccanismi di fiducia strani a spiegarsi).

Leggo d'altronde, in questi ultimi due giorni, di ogni tipo di reazione riguardo l'editoriale di Mieli in cui il direttore del Corsera auspica una vittoria elettorale del Centro-Sinistra alle prossime elezioni politiche. Non capisco lo scandalo.

Comprendo come sia un qualcosa di inedito in Italia, ma succede in tutto il mondo che una testata, degli editorialisti, dei direttori, si schierino pubblicamente per l'una o per l'altra parte. Questo è anche un gesto che dovrebbe essere apprezzato, perchè sostenersi imparziali e comportarsi ad esempio come Emilio Fede credo dovrebbe essere sanzionato dalla legge; è una chiara menzogna. Soprassediamo tutti solo perchè nel caso specifico nessuno di noi è così sciocco da credere a quanto viene detto, la differenza tra l'informazione e lo spettacolo sappiamo ancora vederla.

Questo gesto, dicevo, dovrebbe essere apprezzato perchè permette al cittadino medio di leggere meglio l'informazione. Sapendo da che parte pende chi scrive, automaticamente ci comportiamo di conseguenza, dando al tutto un valore un poco diverso.

Quello che tuttavia mi stupisce davvero è il gridare allo scandalo, il non comprendere, il vedere le proprie certezze infrante perchè il povero Corriere, che è sempre stato imparziale, ora è comunista pure lui...
Discorsi come questi, che spuntano come funghi in queste ore, sono solo l'ultimo esempio di un'ignoranza in materia così ancorata nel nostro paese da fare rabbrividire.

Qualunque, e dico QUALUNQUE giornale, telegiornale, pubblicità, carta di gomma da masticare, quello che volete, prodotta da qualcuno, è un veicolo di valori; quelli del produttore.
Un giornale quindi non può essere imparziale, è sempre il risultato di una enorme serie di mediazioni redazionali, personali, contingenti, politiche, climatiche e chi più ne ha più ne metta.

Il discorso è allargabile a tutte le forme di comunicazione, non esclusi i blog. E' questo un fenomeno vecchio e conosciuto dai ricercatori della materia. Agenda Setting si chiama e per chi fosse interessato, un breve riassunto è disponibile Qui.

Detto questo per i più disperati, i più scandalizzati, diciamo come stanno le cose:
Il Corsera è un giornale tendenzialmente di centro, liberale, abbastanza conservatore. Non si è mosso da questa posizione neppure ora. Semplicemente, a mio avviso, questo coming out del direttore sta a significare che il governo attuale ha deluso. Ha deluso le aspettative di una parte d'opinione che avrebbe potuto (forse lo ha fatto) sostenerlo. Questo articolo a me continua a sembrare lo sfogo di un liberale che deluso dal polo che avrebbe dovuto rappresentarlo, preferisce cercare un punto di approdo sulla sponda opposta, anche se più lontana. Per non cambiare il proprio modo di essere, per sostenere la propria indipendenza.

Se fossi di sinistra non starei troppo a gioire, se fossi di destra prenderei un attimo di tempo a riflettere invece di boicottare, invece di sbraitare. Che se tutti i poteri forti che tacevano o sostenevano la cdl alle ultime elezioni (perchè sì, lo facevano, la Confcommercio, Confindustria, etc...) ora si schierano dal lato opposto, forse non è questione di comunismo o di dittatura,  ma di una parola molto più difficile da pronunciare,
che si chiama delusione

27/02/2006

Una mano agli incapaci. La lettura del programma

Leggete il nostro programma, ci teniamo, scaricatelo dal nostro sito, ci teniamo, caipite le nostre idee, ci teniamo, dicono.

Mai nessuno leggerà mai spontaneamente il programma elettorale dell’Unione. 270 pagine lette a Pc ammazzano direttamente e stamparle significa ipotecare la casa per il toner della stampante. Consideriamo inoltre come nessuno di noi abbia il tempo materiale per leggere tutto quanto e spenderci anche un attimo per riflettere su quanto appena passato sotto gli occhi.

Diverso, ovviamente, il modo in cui il programmino della Cdl è stato presentato: una decina di punti, una ventina di pagine limitate a intenzioni generali e proposte di buona volontà (con qualche dimenticanza evidente tipo…la lotta alla mafia ad esempio!)

Quindi, non volendo un altro quinquennio come l’ultimo per via di una inconciliabile differenza di a-valori che accompagnano questo governo, non so se come premessa o conseguenza, mi ritrovo a sostenere, con una non eccessiva dose di convinzione la parte avversa. Purtroppo la parte avversa non sa parlare. Non con noi almeno.

Quindi lancio una richiesta agli uomini di buona volontà con un briciolo di tempo libero.

Oggi andrò in facoltà a studiare, mi porterò dietro la parte di programma dell’Unione che parla della ricerca e dell’università (quella che forse mi interessa o che conosco di più). Domani al più tardi ne posterò un riassunto e la metterò al confronto con quello che dice la Cdl sullo stesso tema. Ne trarrò anche qualche rapida conclusione.

Chi volesse ovviamente potrà leggersi il post (cercherò di fare in modo che non vi prenda più di dieci minuti del vostro tempo).

Esorto tutti quanti insomma a prendere una piccola parte del programma dell’Unione e a farne dei piccoli box riassuntivi da legare in rete tramite una rete di link (mi propongo di tenerla aggiornata su questo blog in maniera da rendere il tutto più funzionale) per permettere di capire cosa sia realmente l’alternativa al governo attuale.


Inoltre se aveste anche una fervida fantasia perché non creare qualche slogan più breve, qualche frase ad effetto, insomma, un embrione di campagna personalizzata da contrapporre alle faccione sorridenti dei manifestini elettorali 6x3.

Dato che nessuno se ne cura, lasciamo la faccia a chi sorride dall’alto, ma mettiamogli in bocca le nostre idee.
Delle differenze bisogna saper fare a volte un punto di forza e non uno di debolezza e, se le idee ci sono, non capisco perché dobbiamo renderle ad ogni costo incomprensibili.

Spero questa comunicazione possa girare il più possibile e spero di avere presto un programma di governo leggibile, perché io non ho avuto davvero il coraggio di sfogliarlo pagina dopo pagina.

A domani per sapere cosa l'Unione propone in tema di ricerca e università.


03/02/2006

Ridateci Voltaire...

Non so nascondere la mia preoccupazione alla lettura delle ultime novità che riguardano il caso delle vignette satiriche su Maometto pubblicate lo scorso settembre da due giornali scandinavi. In breve mi restano alla mente:

  • L'ambasciata danese saccheggiata in Indonesia
  • Le bandiere di Danimarca e Norvegia date alle fiamme
  • Il centro culturale francese attaccato in Palestina
  • La richiesta dell'Iran di una immediata riunione della conferenza islamica per prendere non meglio precisate (contromisure)
  • Le minacce di attentati contro i due paesi di cui sopra
  • La richiesta di condanna a morte per i disegnatori delle vignette
Non voglio neppure andare oltre.
Questa situazione è davvero oltre ogni limite, complimenti a tutti coloro che stanno zitti in questi giorni e che permettono che l'Islam o meglio, la sua immagine, sia in mano a coloro che non sanno viverla. Complimenti a tutti coloro che non sognano altro che una nuova e santa guerra religiosa.
Qui davvero avremmo bisogno di una mobilitazione generale a difesa di noi stessi, al di là della religione e del paese in cui siamo nati. Anche alla più grave delle offese, rispondere con la morte e la violenza non è umano e fa il gioco della violenza stessa che se ne rigenera come una fenice. Così facendo anche i più moderati saranno costretti ad estremizzarsi col tempo e ci ritroveremo tra due schieramenti di fanatismo.

Where the hell we're going?

Dove diavolo stiamo andando?

Tanto di cappello al governo danese che, non sentendosi tirato in causa poichè la sua legislazione prevede una assoluta libertà di stampa, non chiede pubbliche scuse per qualcosa che non ha commesso e ritira gli ambasciatori.
Rivorrei davvero Voltaire e lo spirito di Candide.
Non sapendo davvero più dove stiamo andando ogni scusa è buona per cercare di farci del male.

Riflettere e reagire. Per come possiamo, per i mezzi che ognuno di noi può avere.

02/02/2006

Innominiamolo

Riporto via Il vento e l'anima un ragionamento di Marco Grollo che condivido praticamente in pieno nei suoi aspetti teorici e che già avevo proposto in passato all'interno della mia realtà locale.

In Italia non ci sono seri esperti di media direttamente implicati nella preparazione delle campagne elettorali.
Inoltre il nostro sistema mediale è fortemente manipolabile e gestibile per via della struttura attraverso la quale si è costituito.
Per procedere ad una valida campagna elettorale bisogna quindi saperlo gestire nel migliore dei modi.
Il problema sorge quando una delle due parti che saranno in competizione alle prossime elezioni non ha i mezzi per competere sullo stesso campo dei propri avversari e, nonostante questo, non cerca di spostare lo scontro su un terreno a lei più favorevole.

Io sono in Francia, non so quale sia il risultato e la veemenza con cui il Presidente del consiglio si sta proponendo in televisione e non posso quindi esprimere giudizi mirati. Ma resto dell'idea che non potendo gareggiare con lui sul piano televisivo sia necessario un netto cambiamento di rotta puntando su un mix mediatico differente.

La necessità di rompere gli schemi del solito vittimismo e di mostrare una propria costruttività, anche aggressiva, è più che evidente.
Il primo punto è sicuramente fare rispettare rigidamente la legge sulla par condicio fino al punto di spiazzare l'avversario costringendolo a rinunciare alle sue apparizioni come suggerische Grollo.
Le elezioni, come sempre negli ultimi anni, si giocheranno sugli indecisi.
Il cercare dei sistemi di comunicazione mirata nei loro confronti insieme al blocco della tradizionale comunicazione utilizzata dal centro-destra dal 1994 ad oggi è l'unica soluzione che il tempo da qui ad aprile ci consente.
Non sfruttare l'occasione come già fatto in passato sarebbe un ulteriore grave errore.
Cominciamo tutti quanti a non utilizzare più il solito nome e a rompere l'attenzione wyldiana da cui è circondato. Passiamo di nuovo a mettere al centro le idee e i progetti perchè noi il ridicolo istrione di turno non l'abbiamo e non lo vogliamo. Rendiamo le nostre mancanze audiovisive dei punti di forza di un programma d'informazione. Facciamo insomma il nostro gioco. Senza aspettare che ci cada dall'alto, che ci giunga da chissà quale delle divisioni interne del centro-sinistra che ci ritroviamo.

Ormai abbiamo tutti scordato che la politica siamo noi. Se c'è un momento buono per manifestare un po' di indipendenza, beh, il momento è questo.
La rete ad esempio, al di là delle dichiarazioni di circostanza, è un'opportunità che ancora gli stessi internauti non si sono decisi a sfruttare.
Cominciamo a fare girare questo messaggio e a comportarci di conseguenza.

Da cittadini seri e non da monomaniaci da telecomando.

scritto da: Fasttrack alle ore 00:21 | link | commenti (6)
categorie: politica, media, televisione, proposte, comunicazione di massa

Cose a caso: molto affascinanti (Forse).

Chi sono

Utente: Fasttrack
Nome: Simone Morgagni
Odio scrivere in quattro righe chi sono, come se gli esseri umani e le passioni fossero fatte per essere rinchiuse tra le sbarre di un linguaggio. So così poco di me che non pretenderete mica venga anche a dirvelo senza pensarci, no? Con il dialogo, il dedicarsi agli altri si potrà capire di più, non siate precipitosi. Per favore...

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