Didattica universitaria:
Diritto allo studio:
Reclutamento e carriera di docenti e ricercatori:
Sul piano degli investimenti necessari al sistema università – enti di ricerca – ricerca industriale, occorre varare un piano d’incremento, che comprenda ANCHE le risorse umane, e che permetta di raggiungere, entro la fine della legislatura, l’attuale media europea, pari al 2% del PIL.
Università e ricerca 2006-2001, il programma della Casa delle libertà
Leggete il nostro programma, ci teniamo, scaricatelo dal nostro sito, ci teniamo, caipite le nostre idee, ci teniamo, dicono.
Mai nessuno leggerà mai spontaneamente il programma elettorale dell’Unione. 270 pagine lette a Pc ammazzano direttamente e stamparle significa ipotecare la casa per il toner della stampante. Consideriamo inoltre come nessuno di noi abbia il tempo materiale per leggere tutto quanto e spenderci anche un attimo per riflettere su quanto appena passato sotto gli occhi.
Diverso, ovviamente, il modo in cui il programmino della Cdl è stato presentato: una decina di punti, una ventina di pagine limitate a intenzioni generali e proposte di buona volontà (con qualche dimenticanza evidente tipo…la lotta alla mafia ad esempio!)
Quindi, non volendo un altro quinquennio come l’ultimo per via di una inconciliabile differenza di a-valori che accompagnano questo governo, non so se come premessa o conseguenza, mi ritrovo a sostenere, con una non eccessiva dose di convinzione la parte avversa. Purtroppo la parte avversa non sa parlare. Non con noi almeno.
Quindi lancio una richiesta agli uomini di buona volontà con un briciolo di tempo libero.
Oggi andrò in facoltà a studiare, mi porterò dietro la parte di programma dell’Unione che parla della ricerca e dell’università (quella che forse mi interessa o che conosco di più). Domani al più tardi ne posterò un riassunto e la metterò al confronto con quello che dice la Cdl sullo stesso tema. Ne trarrò anche qualche rapida conclusione.
Chi volesse ovviamente potrà leggersi il post (cercherò di fare in modo che non vi prenda più di dieci minuti del vostro tempo).
Esorto tutti quanti insomma a prendere una piccola parte del programma dell’Unione e a farne dei piccoli box riassuntivi da legare in rete tramite una rete di link (mi propongo di tenerla aggiornata su questo blog in maniera da rendere il tutto più funzionale) per permettere di capire cosa sia realmente l’alternativa al governo attuale.
Inoltre se aveste anche una fervida fantasia perché non creare qualche slogan più breve, qualche frase ad effetto, insomma, un embrione di campagna personalizzata da contrapporre alle faccione sorridenti dei manifestini elettorali 6x3.
Dato che nessuno se ne cura, lasciamo la faccia a chi sorride dall’alto, ma mettiamogli in bocca le nostre idee.
Delle differenze bisogna saper fare a volte un punto di forza e non uno di debolezza e, se le idee ci sono, non capisco perché dobbiamo renderle ad ogni costo incomprensibili.
Spero questa comunicazione possa girare il più possibile e spero di avere presto un programma di governo leggibile, perché io non ho avuto davvero il coraggio di sfogliarlo pagina dopo pagina.
A domani per sapere cosa l'Unione propone in tema di ricerca e università.
Il 37, 8% degli italiani vorrebbe vivere all’estero.
Questa percentuale, che dovrebbe essere preoccupante, ma non sembra esserlo sale, secondo i dati di Eurispes pubblicati da Repubblica il 20 febbraio scorso, al 52, 5% tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni.
Cosa significa questo disamore nei confronti del nostro paese e quali conclusioni di principio possiamo trarne? Soprattutto, è solamente un’infatuazione verso qualcosa che non conosciamo oppure c’è un fondo di verità che forse dovremmo cominciare a vedere?
Chi pensa di potersi ricostruire una vita all’estero è quasi sempre dotato di un buon titolo di studio, un diploma o una laurea (oltre il 50% dei possessori si dichiara disposto e motivato a partire) e partirebbe per opportunità lavorative che in Italia è convinto di non poter trovare (25,7%), perché curioso di vedere altre culture (22,9%), per una vivacità culturale che manca nel nostro paese (14,2%) e ultima, ma non per importanza, la prospettiva dei futuro per i propri figli, viste migliori fuori d’Italia dal 13,1% degli intervistati.
Andare a vivere all’estero è una scelta da cui è difficile tornare indietro, già vissuta nel passato dai nostri connazionali e successivamente limitata a fasce molto ristrette della popolazione, vista solo come un mezzo per i più disperati ed i più ambiziosi. Come spiegare dunque questo ritorno del fascino dell’oltre confine? Non ho risposte scientifiche basate su indagini sociologiche serie, ma la permanenza all’estero di quest’anno mi permette di vedere il problema in modo più chiaro, essendone un diretto interessato e posterò qui alcune esperienze personali che credo possano permettere di capire il perché di questa nuova tendenza.
La banca
Ricordo l’ultima volta che sono andato in banca in Italia, dovevo spostare i soldi dal mio costosissimo conto in banca verso il nuovo conto francese e volevo chiedere per un piccolo investimento non volendo avere a disposizione tutti i soldi (che quando li si ha, poi è facile spenderli!). Ricordo la fila e l’attesa, ricordo la commissione che ho dovuto pagare, ricordo la proposta del consulente finanziario di obbligazioni della mia banca al 1,4% netto annuale. Lui credo ricorderà la mia risata e il mio “ma scusi, sa quale è il tasso d’inflazione annuale? Questo sarebbe il migliore investimento che sa propormi?”
Ricordo la prima volta che sono stato in banca qui a Parigi. Studente universitario, conto gratuito. 25 euro versati sul mio conto dalla banca stessa per una promozione sul festival del cinema credo. So di poter gestire il mio conto da casa tramite internet, di poter pagare le bollette nello stesso modo, di poter telefonare al cellulare del mio consigliere, so che ci terrebbero ad avermi come cliente anche in futuro (la loro gentilezza è aumentata dopo aver saputo la media dei miei voti, che sì, me l’hanno chiesta insieme al mio campo di studi all’apertura del conto). Sono disposti a darmi della fiducia per altri anni, a costo zero, per avermi come cliente poi, e non perché siano dei benefattori, ma perché conviene in primo luogo a loro.
L’università
Il sistema educativo è prettamente migliore in Italia che in Francia, la preparazione è migliore e questo si sente, ma qui è permesso di arrivare ad una borsa di dottorato non secondo un numero chiuso, ma secondo la bontà del progetto di ricerca che si propone. Le lezioni sono molte di più ed a orari differenziati per pensare a chi deve lavorare e non solo studiare. Le aziende cercano direttamente all’interno delle facoltà il personale da assumere (possibilmente precario, che tutto il mondo è paese) e non guardano il nome o il cognome, ma la media dei voti ottenuti e il campo di specializzazione. Ed è normale prendere il Bac a Brest, andare a studiare a Grenoble e fare lo stage a Metz. Ci si sposta, che a 18 anni si esce di casa e si capisce come funziona il mondo. C’è meno sapere ed è più polverizzato, ma c’è l’idea di un futuro, ancora è permesso averla.
Il lavoro
Ho un brevetto da assistente bagnanti, molto utile per mantenersi agli studi e tirare avanti in attesa di avere (forse) un giorno un lavoro. Cerco lavoro in Italia? Telefono al numero che ho trovato, si fa un colloquio in cui di solito neppure chiedono eventuali esperienze, sparano una cifra il più basso possibile e poi si cerca di accordarsi.
Il mio brevetto è valido in altri 31 paesi, tra cui la Francia. Cerco un annuncio, lo trovo con tanto di stipendio lordo e netto già indicato. Trovo una richiesta di curriculum e di una lettera di motivazione. Almeno due lingue richieste. Mando curriculum e lettera. Tre giorni e quattro offerte di colloquio pervenute, nessuna simpatica come quelle che ho ricevuto a casa, ma tutte concentrate sulle mie esperienze lavorative e sul modo in cui mi sono presentato. L’impressione quella di una professionalità ostentata anche nelle piccole cose che da noi pare non vedersi
I trasporti
Ho preso solo un treno in ritardo negli ultimi 6 mesi. Di cinque minuti. E la gente non era propriamente contenta. In Italia vivo a 83km/1h da Bologna in treno, più quindici minuti di ritardo da calcolare ad ogni spostamento. Vivo dunque a circa 1h/15 min da bologna a quasi 70 euro al mese con posto non assicurato neppure in piedi almeno quattro giorni alla settimana (il lunedì e martedì per andare verso Bologna, il giovedì e il venerdì per tornare a casa) Treni soppressi a go-go quando qui con 276,5 euro annuali ho gli spostamenti illimitati in tutta l’aerea parigina e in tutta l’Ile de France durante i week end e le vacanze scolastiche.
La cultura
Gli studenti hanno ingressi e tariffe ridotte per andare praticamente dovunque, dal cinema agli aerei, passando per alcune discoteche e le principali catene di abbigliamento. Un anno di Louvre, di Pompidou, d’Orsay, costa al massimo 22 euro a chiunque. Se chiedo permesso la gente si sposta per lasciarmi scendere dal métro, se entro in un negozio il commesso mi saluta all’entrata e all’uscita, anche se non compro mai nulla, così come mi saluta qualcuno che conosco solo di vista. Esiste una base di cultura civile, che in Italia spesso si fa fatica a vedere, e si nota nelle piccole cose, si nota nell’uso forse eccessivo di forme di cortesia, nelle scuse che la posta mi fa quando sbaglia a portare una lettera e mi chiede il numero di cellulare per chiamarmi e chiedermi scusa appena essa sarà ritrovata. Si nota nelle auto che si fermano alle strisce pedonali ed è contagioso. Una volta che si riceve una gentilezza come queste, per quanto stupide, si tende a fare lo stesso, e si saluta e ringrazia lo spazzino per strada quando si sposta per farci passare; e si tiene la porta aperta per chi deve uscire dopo di noi. E diventa normale, ed è cultura.
Cosa manca dunque ai giovani italiani che sognano i difetti degli altri paesi e non i nostri? Manca il punto fondamentale che dovrebbe venire dal proprio paese, l’idea di una prospettiva futura. E quando questa è assente le scelte sono due, o ci si scontra con la realtà e si resta bloccati in casa con la mamma che prepara da mangiare oppure si fanno armi e bagagli e si va a scontrarsi con la realtà di un altro paese, cercando di promuovere lo stesso sviluppo nel proprio paese. Ma ogni persona che se ne va è una secca perdita di cultura per questa nostra Italia, è un altro passo indietro, è un altro ostinato rifiuto di guardare avanti. E invece di proporci una prospettiva queste nuove elezioni ci portano idee di pensioni ad 800 euro da un lato e dall’altro…beh, dall’altro non ho ancora ben capito cosa vogliano offrirmi. Ma intanto prolungo il mio soggiorno di qualche mese, poi rientrerò in Italia perché il corso di laurea specialistico che voglio seguire è solo lì, ma l’occhio puntato su quanto sta fuori quello no, non lo ripongo. Prima o poi si dovrà probabilmente ripartire. E non mi andrebbe.
Riprendo quanto postato da Carla sul suo blog e cerco qui di chiarire alcuni aspetti del problema Affidabilità delle fonti, su cui si discute da tempo.
Partendo dal principio. Credo ci sia una piccola confusione di termini riguardo al “rapporto fiduciario basato su una continua frequentazione” pronunciato da Paolo Valdemarin Su Nòva del 26 gennaio scorso. Infatti qui non ci troviamo a trattare la pertinenza del singolo documento come se esso fosse sospeso nel vuoto. Ci troviamo piuttosto ad utilizzare la precedente produzione di un blogger o le reazioni della blogosfera a determinati post per cercare di creare un qualche meccanismo che ci permetta di dare una valutazione a priori su quanto è o sarà prodotto da una certa fonte su argomenti determinati; su quanto un certo testo possa essere pertinente per noi all’interno di un contesto da stabilire di volta in volta. La frequentazione continua può produrre un effetto di questo tipo?
Probabilmente può darci un’idea, può aiutarci a discernere quali documenti consultare prima degli altri, può insomma facilitarci il lavoro iniziale. La ricerca e la lettura del documento non può comunque mai essere esclusa. Stabilire dei criteri che definiscano una qualche affidabilità serve solo a selezionare in un tempo minore i documenti nella massa della produzione intellettiva.
Il problema non è infatti quello di delegare o meno la lettura dei documenti a qualcun altro, quanto il poterci fare aiutare dagli altri nella selezione degli stessi.
Torno ora a una più generica definizione di Internet.
Ho parlato, nel mio documento del 22 gennaio scorso, di Internet come “contenitore” e vado ora a spiegare meglio il perché di fronte alle perplessità di Carla. Nell’immagine descritta, Internet appare come un aggregato libero di documenti ipertestuali, che rifiuta le categorizzazione in quanto rappresentanti di una organizzazione verticale che si opporrebbe ad una organizzazione invece democratica e orizzontale.
Partendo dal presupposto che Internet non è un medium, ma un insieme di media possiamo facilmente notare come non esso non abbia una organizzazione sistematica. Internet comprende reti verticali e verticistiche e comprende reti orizzontali come gran parte della blogosfera. Bisogna sempre considerare come gran parte del web non sia accessibile all’utente comune e come i problemi di accessibilità e di connettività limitino in modo particolarmente evidente l’utilizzo della rete stessa. Internet è dunque un insieme di reti più o meno gerarchicamente organizzate e più o meno interconnesse tra loro. Se dimentichiamo questo principio base, rischiamo di falsare la visione stessa della struttura sociale che nasce all’interno della rete e, di conseguenza, avere ragionamenti magari limitati o incongruenti che diventano ottime chiavi di risoluzione dei problemi. Il contenitore non è allora pieno di materiale dello stesso tipo, ma di tante piccole scatole create con criteri e regole differenti. Imparare a classificarle e gestirle è un metodo per diventarne consapevoli, per inventariare quanto di diverso possiamo trovare.
Quello che ho appena esposto mi pare un errore reiterato all’interno di una visione della tecnologia in qualche modo “utopistica” che deriva dalla frequentazione di una parte limitata del grande universo che Internet rappresenta. Non so oggi quanto siano in percentuale i documenti web il cui accesso è ristretto o controllato e non so come la moltitudine delle reti sia interconnessa tra loro. Ma se il ragionamento di Carla regge quando parliamo del mio o del suo blog o di qualche sito conosciuto, continua ad avere validità ad esempio all’interno delle pagine riservate della mia università o dei documenti riservati e consultabili solo da determinate categorie nel sito di qualche governo così come dell’ultima associazione di amici? Credo purtroppo di no, la nostra libertà è limitata a quanto possiamo consultare e siccome tutto il resto non ci appare davanti agli occhi, non ci preoccupiamo poi tanto neppure di andarlo a cercare.
Vorrei toccare ora un altro tema molto generale, ma che non mi sembra si sia ancora chiarito. Che differenza c’è tra una biblioteca e Internet?
Innanzitutto occorre esplicitare bene i due termini. Prendiamo per buona la definizione di Internet si cui sopra e soffermiamoci un attimo sul secondo termine.
Quando io parlo di biblioteca non parlo del classico edificio in cui sono raccolti i libri destinati ad essere consultati, non soltanto. Di conseguenza quando parlo di classificazione, non mi rifaccio alla terminologia Dewey o per soggetto che posso trovare nella biblioteca sotto casa. Diciamo piuttosto che è opportuno prendere il termine secondo un’accezione più allargata ripresa sempre dalla semiotica interpretativa. Intendo quindi biblioteca in maniera più vicina al concetto di Enciclopedia di conoscenza; un insieme virtuale di tutte le conoscenze della nostra cultura nel momento storico dato.
Se prendiamo il termine con questa accezione, si nota come ogni percorso di senso all’interno debba essere necessariamente individuale. Come ogni rimando non possa essere stabilito a priori, ma sia una decisione del singolo. Tuttavia resta un problema; le dimensioni di questa massa culturale. Come gestirla? Da sempre l’uomo ha cercato di creare forme di classificazione destinate ad aiutarlo in questo compito, non raggiungendo mai lo scopo che si era prefissato, e cercando al contempo di elaborarne di migliori mano a mano che la tecnologia e la condivisione del sapere producevano un numero sempre maggiore di documenti.
Oggi siamo all’apice di questo percorso. Se ogni ora solo Technorati elabora tanti post quanti libri sono pubblicati nel nostro paese in un anno, come si può trovare in questa massa quello che può essere interessante e separarlo da quello che magari non è utile per noi all’interno di una certa ricerca?
L’unica soluzione è avere un metodo di classificazione delle fonti. Un metodo tendenzialmente semantico, un metodo che parta per categorizzazioni e argomenti e si rifaccia all’esperienza umana che costituisce la spina dorsale della parte abitata della rete.
Che differenza c’è tra questa mia posizione e quella di Sergio Maistrello in fondo? Lui parla del miglior disordine possibile, io parlo di un aiuto umano alla ricerca sia iniziale che nel prosieguo. Entrambi constatiamo la non gestibilità di una rete anarchica.
C’è di sicuro un po’ di speranza in più nei suoi discorsi che nei miei, ma questa è un’altra storia!
In problema è che l’uso dei metadati al momento non ci permette soluzioni definite (ma su questo sto lavorando e pubblicherò presto un piccolo articolo) e nel frattempo dobbiamo cercare di discuterne e di trovare delle soluzioni. Senza rinunciare a dibattere il tema fondamentale. Cosa è e come si può gestire una classificazione di queste dimensioni?
Il problema di fondo che trovo nell’impostazione di Carla è quindi uno solo: che differenza c’è tra la classificazione che lei vede per la rete e quella che esiste nel mondo del documento tradizionale? Io non ho mai usato i cataloghi in biblioteca, sono sempre andato per rimandi di bibliografia e scelta personale, quasi mai ho letto un libro per intero in ambito di ricerca. Non è normale farlo. E che differenza abbiamo tra la classificazione attraverso il paratesto librario e un link ad un documento? Che cosa è una bibliografia se non un aiuto che diamo agli altri sotto forma di scelte soggettive per fargli proseguire un percorso di senso unico e irriproducibile? A cosa può servire una classificazione se non a dare un punto di partenza per percorsi che NON seguiranno quanto il ranking in sé può dire, ma che si muoveranno con libertà attorno ad una linea che fornisce il via, ma che non sa dare di suo indicazioni utili aggiuntive?
Internet non è una biblioteca, è la biblioteca.
Un lettore che, giunto in fondo alle pagine del suo libro, è convinto di “aver letto tutto” è qualcuno che legge romanzi, non che ricerca informazione ed è un limite intellettuale, non del mezzo. Nessun mezzo è capace di esaurire un argomento e nessuno può pretendere di doverlo fare. Bisogna essere consapevoli che stiamo costruendo un percorso, di volta in volta differente, e sempre personale.
L’affidabilità di una fonte cosa è allora? E’ un consiglio, è una qualche forma sempre più elaborata di suggerimento per indicarci possibili strade da percorrere. Non è mai un giudizio fine a sé stesso, altrimenti parleremmo di critica. Ed è davvero sempre più necessaria qui in rete, perché mentre ho scritto tutto questo chissà quante cose sono state pubblicate e non leggerò mai solamente perché non avrò un link che mi conduca a loro oppure perché esse non saranno indicizzate nelle prime pagine di Google. Siamo noi che dobbiamo creare le nostre priorità e renderle disponibili agli altri, siamo noi che dobbiamo cercare le formule giuste per rendere tutto questo più umano.
La tecnologia non sa creare ordini di idee nuovi, è sempre l’uomo a farlo. Ed è per questo che rifiuto il determinismo tecnologico del mezzo. Internet non creerà mai nulla, saremo sempre noi a farlo, ma ci ostiniamo a relegare la nostra fiducia più nei laboratori e nei software che nell’uso che facciamo degli stessi.
Allora l’uso delle nuove tecnologie non avrà mai nulla di sensazionale e nuovo; avrà di certo della caratteristiche inedite, ma saremo sempre capaci di analizzarle partendo dalle nostre vecchie categorie. Se impediamo ad esse di sclerotizzarsi, questo bisogna ricordarlo in ogni momento.
Di grande interesse, nella sua semplicità, l’esposizione sullo stato della blogosfera mondiale pubblicato da David Sifry su Technorati. Analisi quest’ultima che ben ricalca il pragmatismo e la semplicità anglosassone.
Diamo dunque una veloce occhiata ai dati che vengono esposti e vediamo cosa è successo, almeno a grandi linee, negli ultimi mesi nella parte conosciuta del mondo dei blog (quelli segnalati su Technorati e sui cui l’intera indagine è basata).
L’analisi prende in considerazione gli ultimi quattro mesi e, rifacendosi anche alle precedenti analisi, constata come la blogosfera abbia raddoppiato i suoi utenti ogni 5.5 mesi fino ad oggi, raggiungendo la cifra di 27,2 milioni di utenti segnalati. Si parla quindi di una comunità che oggi è oltre 60 volte più numerosa rispetto a quella esistente solo tre anni fa.
Ovviamente ogni giorno nascono nuovi blog (circa 75.000), ma ciò che risulta più interessante è come solo (o almeno) la metà dei blogger (circa 13.7 milioni) continui a postare con una certa regolarità dopo tre mesi dall’apertura del blog. Si nota quindi una notevole dispersione a seguito dell’avventura comunicativa sulla rete. Rifacendoci ai dati di ottobre 2005 possiamo stabilire anche il seguente paragone.
Ottobre 2005 - Blog segnalati 19 milioni, di cui ancora usati a tre mesi dalla nascita 10.4 milioni. Quindi a tre mesi la fedeltà al mezzo era pari a circa il 54.7%
Febbraio 2006 – Blog segnalati 27,2 milioni, di cui ancora usati a tre mesi dalla nascita 13,7 milioni. Quindi a tre mesi la fedeltà al mezzo era pari a circa il 50.4%
C’è una certa discesa percentuale degli utenti attivi. Tuttavia per avere qui una risposta più chiara bisognerebbe standardizzare la raccolta dei dati, ad esempio ogni quattro mesi, poiché stiamo mischiando presente, passato e futuro nel calcolo. Degli utenti oggi attivi non sappiamo in effetti quanti saranno ancora al loro posto tra tre mesi e fare un confronto di questo tipo, mi pare un poco azzardato.
Interessante considerare come Sifry tragga conclusioni diverse dalle mie. La blogosfera sta crescendo o sta diminuendo? In valore assoluto di certo gli utenti aumentano, ma se ci fosse un trend discendente degli utenti attivi in rapporto ai blog creati, potrebbe voler dire che la blogosfera è entrata in una fase di assetto dopo aver raggiunto una dimensione che le attuali capacità di gestione delle informazioni non permettono di superare facilmente.
Come si potrebbe eventualmente spiegare una reale diminuzione degli utenti attivi in rapporto ai blog creati? Disillusione sul fenomeno? Scarsa attenzione degli altri per via del numero sempre maggiore di fonti e quindi partecipazione in declino per mancanza di feedback? Problematica di gestione delle informazioni prodotte dai blog in rapporto a quanto la blogosfera stessa (i blogger) sa recepire nell’unità di tempo?
Se così fosse la discussione sull’affidabilità delle fonti e sulla gestione delle informazioni del mese scorso assumerebbe un peso ancora maggiore. Non è che troppa informazione può fare male e disincentivare quando il seguirla sembra andare oltre le capacità di percezione immediata? Non si rischia forse di creare reti chiuse di utenza e discussione andando a perdere quella parvenza di unità che si era mantenuta sino ad ora?
Molto interessanti poi le considerazioni sullo spam che avviene all’interno del mondo dei blog, calcolato in circa il 9% dei nuovi blog creati e il 60% dei ping ricevuti da Technorati. Anche qui sarebbe molto interessante potere sapere se dai dati precedenti questi blog sono stati estrapolati oppure no. Il nove per cento dei nuovi blog degli ultimi quattro mesi equivale a parlare di circa 738.000 blog. Numero non irrilevante per calcolare un tasso di fidelità simile a quello che proponevamo sopra.
Proseguendo l’analisi potrei dare per scontato l’annuncio della crescita dei post, arrivati a 50.000 ogni ora, mentre rilevo con piacere la crescita del tagging, ovvero del fornire parole chiave ai post per permettere a tutti gli utenti di trovarli più facilmente. Un po’ di ordine fa sempre piacere!La conclusione è quindi dubbiosa. Tante domande, poche risposte.
I dati come vengono forniti da Technorati non sono chiari; non si riesce davvero a capire se e quanto la blogosfera sia ancora in fase di decisa spinta.
Sarebbe stato molto più utile avere dei dati regolari ed esposti in maniera meno ambigua. Se qualcuno riuscisse a venirne in possesso sarei curioso di leggerli e di poterci ragionare sopra con un po’ di calma per cercare di stabilire la situazione attuale con maggior precisione, ma dal post che ho individuato, al di là dell’entusiasmo del primo momento, non abbiamo i mezzi per poter dare uno “stato dell’arte” chiaro ed univoco.
Potrebbe ovviamente essere solo il mio inglese, ma in caso contrario sarebbe un peccato che alla semplicità e al pragmatismo delle esposizioni anglosassoni, questa volta manchi un poco di scientificità
Cose a caso: molto affascinanti (Forse).